Non credete ai giapponesi.

2 luglio 2010

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Una strage gratuita, nulla di più e nulla di meno. Niente giustifica la caccia alle balene e la mattanza di delfini denunciata da The Cove, il documentario vincitore dell’Oscar 2010, che i giapponesi si ostinano a condurre per presunti scopi di ricerca. Nulla di nuovo, ma ricordarsene giova di tanto in tanto.

Nel 1986 la IWC (International Whaling Commission) impose una moratoria sulla caccia commerciale alle balene per consentire ai cetacei di riprodursi e ripopolare gli oceani. Tutt’oggi in vigore, questo divieto consente ai paesi che lo hanno sottoscritto di attribuirsi dei permessi speciali per ammazzare le balene a scopi scientifici e imparare a gestirne la popolazione. Solo il Giappone usufruisce di uno di questi permessi speciali: oltre mille balene all’anno, comprese quelle a rischio di estinzione, sacrificate alla ricerca. Il bello è che, paradosso dei paradossi, i progressi fatti nel campo delle tecniche di ricerca non cruente, come le biopsie, consentono di arrivare agli stessi risultati senza ammazzare nessuna balena. Per sapere cosa hanno mangiato, per esempio, non occorre ucciderle per sventrarle: basta infatti recuperare il tipo di dna contenuto nelle loro feci.

Ancora più drammatica la situazione dei delfini che, come mostra The Cove, non godono paradossalmente nemmeno dell’esigua protezione della IWC (pur essendo cetacei a tutti gli effetti) a causa di una derubricazione fortemente voluta dalla delegazione giapponese per permettere la cattura dei delfini a Taiji destinati ai delfinari e al consumo locale, nonostante gli altissimi livelli di mercurio contenuti nelle carni.

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